La presa del cimitero di Solferino

Eleuterio Pagliano (Casale Monferrato, Alessandria, 1826 – Milano 1903)

La presa del cimitero di Solferino, 1866                                                                  

Olio su tela, 361x210 cm

Firmato e datato in basso a destra “EP/1866”

Milano, Museo del Risorgimento, in deposito dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano.

Bibliografia: Boito, 1866, pp.619 – 621; F.D.F. 1866, p. I; Idnomtar 1866 p. I; Bignami 1903, p.II; Morassi 1936, pp.12 – 13. Mostra La Galleria delle Battaglie, la collezione Savoia di Palazzo Reale a Milano,2011, pp. 41 - 45

 

Il dipinto raffigura la fuga di un gruppo di soldati austriaci inseguiti dagli zuavi francesi all’interno del cimitero di Solferino, dove si erano trincerate le truppe asburgiche aprendo feritoie nel muro di cinta. L’autore  coglie il momento in cui i soldati, ormai accerchiati, fuggono, sparpagliandosi disordinatamente tra le sepolture dei compagni caduti. Sullo sfondo, gli inseguitori penetrano attraverso il cancello sfondato e le brecce aperte dai colpi di artiglieria. La composizione è caratterizzata da intensi valori visivi e luminosi: i bianchi muri di cinta risaltano alla luce del sole nel meriggio, così come il terreno, il cielo e le figure. L’occhio quasi “abbagliato” dell’osservatore scorre lungo la tela senza trovar riposo. A fermare lo sguardo sembrano essere le sagome, azzurre e rosse dei zuavi descritti in lontananza e la bandiera tricolore che uno di essi pone sulla breccia. L’effetto luminoso ricreato in maniera accurata è contrassegnato da toni freddi, tanto che il modo di disporre luci ed ombre, eccessivamente fotografico, (ottenuto sicuramente grazie alla sua esperienza di fotografo) riduce la resa pittorica alla mera verità naturalistica.

Eleuterio Pagliano, giovanissimo studente del’Accademia di Belle Arti di Brera, si forma sotto la guida di Giuseppe Sogni.  Una profonda amicizia lo lega a Giuseppe Bertini. L’artista fa esperienza diretta della guerra dedicando medesimo tempo sia ad essa che all’ attività artistica. Dopo aver partecipato alle campagne della Prima Guerra d’Indipendenza al seguito di Luciano Manara e Giuseppe Garibaldi, è volontario combattente nel 1859 nelle file dei Cacciatori delle Alpi. Tra il 1850 ed il 1851 presenta a Brera un opera di tema devozionale commissionatagli dal re di Sardegna e negli anni 70 l’artista ottiene vari riconoscimenti tra cui il Premio Principe Umberto a Brera nel 1872.

La presa del cimitero di Solferino, presentata a Brera nel 1866, è un’opera ricca di opinioni critiche contrastanti. Essa è stata infatti criticata per l’incapacità di trasmettere il forte impatto dell’ impresa, degli assalti furiosi, della disperata difesa che ha dovuto precederla e nello stesso tempo è stata apprezzata per l’eccellente effetto fotografico  e per il fatto che l’autore ha preso parte in prima persona agli eventi del periodo. Inoltre secondo questo filone critico, il dipinto corrisponde pienamente alle intenzioni dell’artista che ha voluto limitarsi a “dei semplici muri biancastri di un cimitero, a pochi isolati austriaci in fuga, a quattro o cinque zuavi che li mettono in isgomento” senza lasciarsi trasportare dal tema e dall’imponenza dell’intera battaglia, caratterizzata tra l’altro, in base agli scritti dell’epoca dallo scoppio di un’eccezionale bufera. Se è pur vero che “il sole” di Pagliano contrasta con le cronache coeve e i bollettini di guerra, è innegabile l’ammirazione per le sue capacità espressive. La sua opera mostra semplicità di composizione, verità sostituita all’ideale e al convenzionale. I suoi contatti con Domenico Morelli e con l’ambiente toscano  lo indirizzano verso una forma libera, maturata con lo studio dal vero.  Il dipinto, forte di uno spiazzante realismo, riscuote un certo successo di pubblico. L’acquisto da parte della casa regnante e la collocazione del dipinto nel Salone di Palazzo Reale,  confermano l’apprezzamento e la considerazione della corona sabauda per l’artista, già onorato dalla committenza di Carlo Alberto nel 1850 della tela dedicata “San Luigi Gonzaga”, ora conservata presso la Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Il fine dell’opera di  Pagliano è probabilmente mostrare, in una bellissima giornata di sole, l’eterno ripetersi del terribile destino umano in tempi di guerra (la morte che giunge in un luogo di morte, a spezzare la serenità e la quiete del riposo eterno). La scelta di acquistare il dipinto da parte della corona sabauda è stata dettata dal fatto che in esso il nemico appare in seria difficoltà, braccato dai vincitori, ridicolizzato in una impetuosa e umiliante fuga. Con le pesanti sconfitte di Lissa e Custoza, il 1866 è per l’Italia un anno duro da affrontare e la conquista del Veneto avviene solo grazie agli alleati tedeschi. L’amarezza del popolo e la delusione del sovrano possono esser confortate attraverso la memoria delle glorie passate  con un’opera pittorica che rappresenti in maniera evidente la sconfitta nemica.