L'Ospedale Maggiore nel giorno della Festa del Perdono

Museo di Milano
Anonimo (attivo a Milano nell'ultimo quarto del XVII secolo)
1680-1700 ca.
olio su tela
142x229
deposito 1935, Archivio Storico Civico

La prima pietra dell’Ospedale Maggiore di Milano venne posata nel 1456, su progetto del toscano Antonio Averulino, detto Filarete e per volontà del nuovo signore di Milano, Francesco Sforza, da poco entrato in possesso del Ducato visconteo. Si trattava un lavoro imponente: doveva accogliere il primo ospedale pubblico di Lombardia. Direttamente connesso alla struttura muraria cittadina e al sistema d’acqua dei navigli, l’ospedale vantava infatti tecnologie all’avanguardia, che sollevarono l’ammirazione del resto d’Europa. Nel 1459 il pontefice romano intervenne a sostenere i lavori con l’istituzione della Festa del Perdono, che dà oggi il nome alla via che fronteggia l’edificio, ribattezzato Università Statale degli Studi; il 25 marzo di ogni anno, giorno dell’Annunciazione, si concedeva indulgenza plenaria a tutti coloro che avrebbero visitato la cappella dell’Ospedale, lasciando tangibile testimonianza della propria fede. La costruzione infatti, come già quella del Duomo, venne in gran parte affidata alla devozione cittadina e alle sue donazioni. La tela raffigura infatti l’occasione di festa: sullo sfondo del grande edificio in cotto rosso si svolge la lunga processione di pellegrini in attesa di entrare nel grande cortile centrale, allora ancora in costruzione sotto la guida dell’architetto Giuseppe Richini, dove a completare la devota visita i pellegrini potevano inoltre ammirare, esposti per l’occasione lungo il portico, i ritratti dei più generosi benefattori dell’Istituto. Alla fine del XVIII secolo mancava ancora l’intera ala destra dell’Ospedale ma, seguendo la  consuetudine diffusa di completare sulla tela edifici ancora i costruzione (abitudine testimoniata qui anche da l’Entrata delle truppe di Eugenio di Savoia a Milano il 26 settembre 1706, scheda n. 6 e andatasi naturalmente perdendo con l’avvento dell’Illuminismo nel XVIII secolo), l’autore regolarizza la composizione riproponendo sulla sinistra il medesimo disegno architettonico della parte di destra e rendendo l’edificio nella sua ideale completezza. Come ben mostra l’affollato primo piano, la Festa del Perdono si era venuta arricchendo, nei secoli, fino a divenire una vera e propria sagra, animata da venditori ambulanti e saltimbanchi ma anche mendicanti e piccoli borseggiatori (come quello, abilissimo, in azione sulla destra). La presenza pur invisibile delle mura è testimoniata, nonostante le imperfezioni prospettiche, dal terrapieno sul quale sorge l’edificio, il cui dislivello era superato dalla scalinata ora scomparsa e dallo spazio spoglio e terroso che lo fronteggia: una zona di confine, dove la città sfumava nella campagna. La tela è da considerarsi pendant di quella che raffigura Carri carnevaleschi sul Corso di Porta Orientale, realizzata dalla medesima anonima mano.

 

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